Berger è stato l’ultimo pilota scelto direttamente dal Drake. Vettel si rammarica di non averlo incontrato, riconoscendo l’atmosfera magica che ancora oggi aleggia a Maranello grazie a lui.

Enzo Ferrari si spegneva a Modena trenta anni fa: partito da una frase “se lo puoi immaginare lo puoi fare”, la sua vita è stata la dimostrazione tangibile di quanta verità sia nascosta in questa frase cosi troppe volte sottovalutata. Una frase suggestiva, di quelle che oggi usano o userebbero in tanti perché è bella, perché fa scena parlare con le frasi fatte, con quelle degli altri.

Enzo Ferrari ne ha dette tante di cose e fatte altrettante, come ogni buon leader che si rispetti. Carismatico e sognatore, originale e superbo, folle e magnetico. Semplice nel suo modo di fare: «andava in vacanza» a Fiorano, dall’altra parte della strada della sua fabbrica, in una distesa verde dove c’era e c’è la pista di collaudo delle F.1, oltre che delle granturismo di serie, le «rosse» più belle e veloci di sempre. Un non-luogo isolato dal complesso industriale della Ferrari e anche dagli incombenti capannoni, peraltro vicini, delle industrie della ceramica. Enzo Ferrari aveva trasformato la casa colonica originaria nella sua dépendance, con tanto di sala all’occorrenza per le riunioni, un salottino dove ricevere gli ospiti e guardare i gran premi in televisione, un piccolo spazio per la cucina ed eventuali pranzi con amici.

Gerhard Berger è stato l’ultimo pilota scelto direttamente da lui e, intervistato dal Corriere della Sera, ha descritto quel momento rimasto memorabile, occasioni che capitano una sola volta nella vita, da poter raccontare ai nipoti. “Mi chiamò il suo assistente Marco Piccinini, ero a casa ed era una telefonata che avevo solo sognato di ricevere una infinità di volte. Stava seduto, sorrideva. Disse: “avremmo piacere di averla con noi“. Dissi: “è ciò che più desidero da quando corro“. Chiese: “lei ha un manager, un avvocato?” Non ne avevo. “Dunque, può decidere qui ora?” Risposi: ‘certo“. Firmammo il contratto all’istante”.

Aneddoti che arrivano solo trent’anni dopo, perché conservati con una cura tale che è quella con cui si conservano i beni di un certo valore: “Vivrei lì giorno e notte, pur di non perdere un solo istante di vicinanza con Enzo Ferrari, ogni gesto, ogni parola, con attorno quell’atmosfera magica, fatta di cappuccini al bar, di persone prese da una passione straordinaria, di campane che suonano se una Ferrari vince. Quando sei giovane, non capisci a fondo, pensi a vincere e basta. Poi monta un rimpianto che non va più via. Sin dalle prime corse, nel 1987 venni accolto in quella famiglia leggendaria. Dopo una corsa o un test, pranzavamo insieme, c’era un piccolo tavolo dietro l’ufficio di Ferrari, stavamo lì a chiacchierare con Michele Alboreto, il mio compagno, Marco Piccinini e Piero Ferrari. Due argomenti fissi. Primo: le macchine. Secondo: le donne. Finito di discutere di tecnica, passava alle ragazze del paddock, era molto interessato al gossip da pista”.

Anche Vettel, interrogato dalla Stampa, ha rimarcato come queste emozioni rimangano tutt’ora a Maranello, in quell’azienda forgiata dalla mani del Drake che ne hanno permeato completamente l’essenza tanto da tenderla cosi speciale agli occhi di tutti ancora oggi: “La gente che lavora qui, indipendentemente dal ruolo che svolge, sente questa presenza e lavora con più passione. È questo che rende speciale guidare per la Ferrari, che rende il Cavallino diverso da ogni altro team: la Ferrari è un mito per tutti, per me lo è stato da quando giocavo da bambino, e la macchinina rossa era sempre la mia preferita; o più avanti nel tempo, quando seguivo le gare di Schumacher con la Rossa”.

Chiudiamo l’articolo con una sua citazione che ci lascia intendere il suo modo di vivere e concepire la passione per i motori. “Non si può descrivere la passione, la si può solo vivere”.